L’attrazione verso le filosofie orientali ha rappresentato, per molti, una risposta a un bisogno di rinnovamento profondo. È accaduto in un’epoca in cui la tecnica sembrava aver prosciugato la dimensione simbolica dell’esistenza, e la modernità appariva come un deserto di senso. Cercavamo un nuovo paradigma: forse il desiderio di recuperare ciò che avevamo escluso in nome del progresso, o forse la nostalgia di una profondità che la razionalità occidentale aveva sacrificato all’efficienza.

L’Oriente ha offerto allora l’immagine di un sapere integrato, dove corpo e mente non sono separati, ma due manifestazioni di una stessa energia vitale.

L’Oriente, almeno in molte delle sue tradizioni pratiche e contemplative, ha sviluppato un modello in cui corpo e mente vengono pensati come un’unità funzionale, due facce della stessa esperienza viva. Il pensiero cino-giapponese si fonda sul principio di yin e yang e sul concetto di unità mente corpo. In questa visione, la mente non è padrona del corpo, ma il suo riflesso, la sua eco sottile.

L’espressione buddista spesso ripetuta, “la mente mente”, se isolata dal contesto culturale può risultare ambigua.

Nella storia culturale giapponese, inoltre, l’espressione pubblica delle emozioni è stata spesso contenuta e regolata da codici sociali molto forti. Questo può creare, a chi proviene da una sensibilità occidentale, l’impressione di una zona cieca. In realtà è utile distinguere tra cornice culturale e cornice filosofica: la disciplina emotiva può essere un tratto sociale, mentre la pratica contemplativa, almeno nelle sue intenzioni, mira piuttosto a rendere l’emozione visibile, senza farsene governare e senza trasformarla automaticamente in racconto.

Il pensiero zen, che nasce come corrente del buddhismo, cerca di raggiungere l’illuminazione, il satori, cioè una comprensione intuitiva e immediata della realtà, libera dai filtri del pensiero discorsivo. L’assenza di un metodo logico razionale non è una mancanza, ma una scelta consapevole: lo zen non tenta di spiegare l’esistenza, bensì di esperirla direttamente. In questo senso ha cercato di affrontare le grandi domande sull’essere non attraverso la ragione, ma attraverso la percezione, la presenza e la consapevolezza del momento.

Il buddhismo, da cui lo zen deriva, non è una religione nel senso dogmatico del termine, ma una filosofia profonda che esplora la sofferenza, l’impermanenza e la possibilità di liberarsene attraverso la conoscenza di sé.

Nello zen, e più in generale nel buddhismo da cui deriva, il desiderio non viene trattato semplicemente come un errore morale, ma come un movimento della mente che diventa fonte di sofferenza quando si trasforma in attaccamento. Non è il desiderio in quanto tale a essere irreale, quanto la sua pretesa implicita di possesso, stabilità e permanenza. Per questo la pratica non coincide necessariamente con la repressione o con la sublimazione. Assomiglia piuttosto a un’educazione dello sguardo: vedere il desiderio mentre nasce, riconoscerne la spinta, e non identificarvisi.

L’Occidente, al contrario, soprattutto in epoca moderna, ha teso a distinguere e nominare con maggiore forza una terza dimensione, quella emotiva, costruendo attorno ad essa un lessico e una psicologia sempre più raffinati. La nostra cultura si regge su almeno tre pilastri: corpo, mente, emozioni. A questi potremmo aggiungere, se volessimo spingerci oltre la dimensione psicologica, un quarto elemento: l’anima, intesa come spazio simbolico e trascendente dell’esperienza. Quanto all’anima, l’Occidente ha spesso pensato a un principio personale relativamente stabile, con una forte dimensione simbolica e trascendente. In Oriente, invece, si incontrano concetti diversi, talvolta equivalenti solo in parte: coscienza, continuità, risveglio, principio vitale, e in alcune tradizioni anche idee di sé più permanenti. Il punto non è che l’anima non esista in Oriente, ma che non coincide con la definizione occidentale più comune. E questa differenza di linguaggio cambia anche il modo in cui si guarda alla mente, al desiderio e alla liberazione.

La modernità scientifica ha cercato di ricomporre la frattura tra questi ambiti: lo studio dell’uomo coinvolge oggi la fisiologia, le neuroscienze e la psicologia, che rappresenta un punto d’incontro fra mente ed emozione.

Il pensiero occidentale, attraverso la psicologia umanistica e la ricerca sull’intelligenza emotiva, ha mostrato come non sia possibile comprendere il comportamento umano senza riconoscere l’intreccio costante fra emozioni, corpo e pensiero. Dire che “la mente mente” è, quindi, riduttivo.

Forse sarebbe più corretto affermare che sono le emozioni a mentire, nel senso che possono distorcere la percezione e condizionare la mente, soprattutto quando restano non elaborate o represse.

Tuttavia, le emozioni sono anche un accesso privilegiato ai bisogni profondi. Portano in superficie mancanze, desideri, richieste di legame, e possono essere potentemente motivanti. L’innamoramento ne è un esempio evidente: è un desiderio che accende, muove, talvolta trasforma. Ma proprio come distinguiamo innamoramento e amore, così possiamo distinguere tra l’urgenza emotiva e una consapevolezza che prende forma nel tempo. L’amore non nasce solo dall’intensità, nasce anche dalla verifica del reale, dalla conoscenza reciproca, dalle prove e dagli errori. Qui la mente ha una funzione costruttiva: non spegne l’emozione, la aiuta a maturare.

La via zen può apparire diversa perché tende a non accordare al desiderio lo statuto di guida affidabile. Dal punto di vista occidentale si potrebbe dire che la consapevolezza si consolida attraversando il desiderio e trasformandolo. Dal punto di vista zen si potrebbe invece dire che la consapevolezza cresce vedendo il desiderio senza concedergli il timone. Due strade con rischi diversi: nella prima si rischia di confondere bisogno e verità, nella seconda si rischia di scambiare distacco per comprensione.

Le emozioni non sono sempre inconsce. Spesso sono chiarissime, perfino invadenti. Ciò che può restare inconscio, o poco riconosciuto, è il bisogno che le alimenta, la ferita che le innesca, la storia che le rende così urgenti. È qui che l’emozione può diventare ambigua: non perché sia falsa, ma perché può essere una risposta antica a una situazione nuova, una reazione rapida che chiede interpretazione.

La mente, se intesa nella sua funzione razionale e riflessiva, non è per definizione menzognera. È però vulnerabile: può razionalizzare, può selezionare ciò che conferma, può costruire spiegazioni eleganti per sostenere una scelta già presa altrove. La sua forza non sta nell’infallibilità, ma nella correggibilità. La mente può tornare sui dati, mettere a confronto, riconoscere l’errore, cambiare ipotesi. In questo senso, più che dire che la mente non mente, è più solido dire che la mente, quando si disciplina, può smascherare le proprie menzogne.

Certamente i sensi possono ingannare, e da qui l’idea che la mente, cioè io che osservo e deduco, possa mentire, ha un suo fondamento. Ma più spesso non è l’atto di pensare a mentire: è la scelta di ciò che mi rassicura a farlo, è l’adesione a una conclusione comoda, non verificata, protettiva.

Al contrario, la mente razionale osserva, confronta e deduce, lasciando spazio a esperienze rinnovate basate sul metodo scientifico. La mente, per la sua natura investigativa, potrà sempre sbagliare in senso assoluto, ma non mente nello stesso modo in cui mentono le emozioni: la sua eventuale distorsione è correggibile, perché può tornare sui dati, riconoscere l’errore, cambiare ipotesi.

Se si pensa che esista uno spirito infallibile che ci dia l’illuminazione, questo appartiene alla fede e, in quanto fede, non è superiore alla mente: è un’altra via, con altre regole, e con altri rischi.

Il rischio, semmai, è di lasciarsi guidare da emozioni inconsce che deformano la realtà, spingendo la mente a giustificare ciò che il corpo sente ma non comprende. Far tacere il pensiero non significa eliminarlo, ma restituirgli il suo giusto posto. Significa impedirgli di essere travolto dalle emozioni o di diventare loro complice, permettendogli di ritrovare la sua funzione originaria: illuminare, comprendere e orientare.

Solo così la mente torna a essere strumento di libertà interiore, e non il luogo in cui le emozioni si travestono da ragione.

Di Centro Tao Network

TAO, Tecniche ed Arti Orientali. Scuola di Shiatsu Tao, network dei professionisti delle discipline olistiche, corsi, trattamenti, conferenze. 3474846390 - info.centrotao@gmail.com

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