L’esercizio del potere

wheel of karma

Che cos’è il potere? A prima vista, e letteralmente, sembrerebbe la “capacità o possibilità di fare quello che si vuole”. Al contrario dell’impotenza, che si ha quando non si è invece in grado di realizzare la propria volontà.

È una definizione che, anche se potrebbe apparire a prima vista un po’ semplicistica o riduttiva, è invece tutto sommato completa. Se proviamo ad analizzarla, vediamo infatti che ci dice molte cose.

Innanzitutto, che è necessario “volere qualcosa”. Questa, non è poi una cosa così ovvia. L’espressione della volontà – ovviamente personale – sembrerebbe infatti essere diventata un paradigma della nostra epoca, con tutto il corollario di abusi, licenze ed eccessi che si porta con sè, ma anche con l’aumento di indipendenza, creatività e iniziativa che nello stesso tempo comporta.

Ma a ben guardare, questa è più l’espressione di una ricerca sempre più impellente di autoespressione e di libertà, che non espressione di volontà vera e propria. La volontà richiede infatti forti e precise motivazioni, o comunque aspirazioni. Presuppone cioè un forte senso dei valori. Ebbene, quanto a questo la nostra è invece un’epoca di transizione di valori, stante che quelli della Vecchia Era stanno lasciando il posto a quelli della Nuova Era, e a livello collettivo questo comporta un periodo di confusione, di ricerca e di riorientamento a ogni livello, culturale, tecnologico, di costume, sociale, politico, ecc.

La conseguente grande eterogeneità dei valori vigenti: personali, collettivi e transpersonali, vecchi e nuovi, regressivi e progressivi, materiali e spirituali rende non facile orientarsi ed operare delle scelte precise, cioè esprimere la propria volontà. Anche perchè l’afflusso di energia ad ogni livello è tale – in questo periodo – che i più restano come trascinati da questa possente onda di trasformazione, anzichè cavalcarla.

La conseguenza è che oggigiorno sono ben pochi in realtà a volere veramente qualcosa, se abbiamo capito che per “volere” non si intende certo il desiderio di qualcosa, cioè di tutte quelle gratificazioni sensoriali, vuoi materiali o emotive o anche mentali che sono ben espresse dal termine stesso di consumismo. Il desiderio di consumare, di possedere e di esperire ha ben poco a che vedere con il concetto di volontà, almeno al livello in cui lo stiamo considerando qui.

Ritornando all’iniziale “fare quello che si vuole”, vediamo allora che, per volere qualcosa, ci vuole innanzitutto qualcuno che voglia. La volontà nasce cioè da dentro l’individuo, e sempre come scelta, mai come reazione a stimoli esterni. Ci vuole cioè un soggetto che sia capace di esprimere la propria volontà, che sia capace di un atto di volontà. L’esperienza della volontà – e quindi del potere – si restringe così di molto, alle sole persone che abbiano già una personalità integrata, e un Io ben strutturato. Non sono poi molte, e si distinguono bene perchè sono soprattutto le persone cosiddette “di successo” (qualunque sia il loro campo d’azione). Sono le persone di potere, le personalità di potere.

Che cosa le distingue dalle altre? Innanzitutto la consapevolezza, una consapevolezza più acuta di sè (autocoscienza) e della realtà, cioè delle forze e delle energie che determinano la forma della manifestazione; poi la capacità di dirigere e di gestire queste energie, dentro di sè e nei rapporti con l’esterno. Infine, l’avere degli obiettivi precisi a cui tendere, con una tensione di fondo ininterrotta e un’adesione costante e convergente di tutti gli elementi della personalità. La potenza è data dalla concentrazione, dalla focalizzazione permanente verso una meta.

Ritornando su queste caratteristiche, è interessante notare che esse sono le stesse che poi abilitano queste persone a realizzare anche la seconda parte della definizione, e cioè a “fare effettivamente …quello che vogliono”. Sembra questa la conferma del ben noto detto “volere è potere”; cioè chi è in grado di volere veramente ha tutte le caratteristiche per essere anche capace di realizzare la sua volontà. Sono due atteggiamenti che si compenetrano. Volontà più capacità. Il potere come frutto della volontà di affermare un proposito e della capacità di realizzarlo.

Affermare qui significa costringere l’energia e le forze in circuiti nuovi, rimodellando così le forme in cui esse si esprimono, in una tensione che non si esaurisce sino al compimento del proposito stesso. Tale istanza si può esprimere a livello individuale – e sarà allora autoaffermazione; oppure a livello di gruppo – e sarà allora servizio.

Se quindi il potere altro non è che la capacità di tradurre in azione una volizione, cioè di dare corpo, forma ed esecuzione a una intenzione, allora è chiaro che Assagioli, nel suo libro “L’atto di volontà”, già ci ha lasciato le chiavi della scalata al potere. Nella volontà agita, nell’atto, nell’azione generata e gestita dalla volontà, lì c’è il potere. Proprio perchè incentrata sulla volontà, tutta la Psicosintesi è in effetti una via, o scuola di potere. L’intera concezione psicosintetica è intrisa di potere, imperniata com’è sull’uso delle leggi della psicodinamica, che altro non sono che leggi di potere. E la “presa di potere” su di sè è la meta privilegiata della psicosintesi di ciascuno, è una tappa obbligata per dare inizio allo sviluppo delle proprie facoltà latenti. La Psicosintesi è scuola di potere, perchè ci insegna a riconoscere e a ritrovare il potere che è dentro di noi, cioè ci insegna a trasformare la nostra dotazione energetica innata da potenziale in attuale.

“Fatto ad immagine e somigIianza di Dio’’, “…farete cose più grandi di Me…”, questo è stato detto dell’uomo. Non ci sono limiti, quindi, alla sua realizzazione, che è destinata a condurlo al recupero del suo altissimo retaggio, quello dell’esercizio del potere. Nel percorso programmatico della Psicosintesi – conosci te stesso, possiedi te stesso, trasforma te stesso – questo recupero si correla soprattutto alla terza fase. Si sostanzia cioè nella trasformazione. Si può anzi dire che è proprio la trasformazione ciò che meglio rappresenta l’intero scopo del potere, e questo non solo per l’uomo, ma per tutta la manifestazione.

I poteri infatti sono tanti, di tanti tipi diversi. C’è il potere di iniziare, di guarire, di guidare, di costruire, di illuminare, di organizzare e tanti altri, ma in fondo tutti si sintetizzano nei potere di TRASFORMARE. Perchè questo? La risposta è obbligata, e ce la fornisce la fisica, con il 1° principio della Termodinamica: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Questa è una verità che non è stata neanche lontanamente scalfita dalle nuove rivoluzionarie teorie della relatività e della meccanica quantistica. Con una buona dose d’approssimazione, si può dire che il nostro Sistema solare rappresenti un insieme chiuso, il cui patrimonio di materia ed energia è predeterminato, fisso e inalterabile. Il fenomeno della “creazione” – inteso nel senso di produzione autogena di massa/energia – come congiuntamente ci dicono la scienza e le tradizioni religiose, resta un’esperienza esclusivamente propria dell’origine, e quindi attualmente per forza di cose estranea alla nostra stessa immaginazione.

All’interno di questo sistema, e quindi anche per l’uomo, la possibilità creativa si può esplicare quindi solo a livello di forma (e non di sostanza), nella trasformazione appunto delle forme secondo modelli nuovi.

Non è dato di agire sulla vita, non è dato di agire sulla materia. L’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo sono due dimensioni che sfuggono alle competenze dell’uomo. Questo non è un assunto filosofico o esoterico, ma un’enunciazione scientifica comprovata ormai da decenni dalla fisica teorica. Tutto il potere che c’è, tutto il potere che abbiamo, o che potremo avere è quello di dare una forma diversa a ciò che già esiste, di disinvestire la materia e l’energia della vita da forme vecchie per reinvestirle in forme nuove

Il tema della trasformazione attraversa prepotentemente tutto il percorso che l’uomo ha compiuto dalla sua comparsa sulla Terra, come pure quello che compie ogni individuo dal momento del concepimento in poi. L’ascesa e la caduta di razze, di civiltà, di filosofie, di culture e di religioni sono le tracce che il potere della trasformazione ha lasciato nella scrittura della storia. Tutte le invenzioni, le scoperte e le comprensioni che hanno scandito il processo dell’evoluzione dell’uomo sono loro volta effetto e causa di trasformazione. E poichè l’ontogenesi ricapitola la filogenesi, lo stesso può dirsi anche di ogni essere umano.

Forma è la più insignificante delle abitudini, forma è un impero, o una civi1tà. Forma è un oggetto, forma è un continente. Forma è la prima parola del bambino, forma è la Divina Commedia.

Se entriamo nella dimensione integrale di questo concetto, ci salta subito all’occhio una cosa. Che al concetto di trasformazione, è sottilmente ma inscindibilmente legato quello di direzione. Il tema della direzionalità è quello che ci permette di intravedere un senso, un percorso, una finalità nel succedersi delle varie fasi della trasformazione, di riconoscere un “senso” nella storia, vuoi dell’umanità oppure di ogni singola persona. Questo senso, questa direzione è ciò che conferisce un significato evolutivo al continuo succedersi di esperienze e di forme, che sennò sarebbe fine a se stesso (e come tale addirittura impensabile. È la negazione della direzione – e non solo del movimento – a costituire la negazione della vita!).

Riconoscere questa direzione non è però affatto facile nè scontato. Per farlo, bisogna a volte prendere molto le distanze dalla trasformazione in oggetto, e prenderla in considerazione nel contesto di molte altre, in una prospettiva la più ampia possibile. Più siamo vicino, più siamo coinvolti nella trasformazione stessa, e più è difficile distinguerla. Questo perchè non vi è proporzione tra l’entità del movimento, della trasformazione, e quella dello spostamento effettuato. Di queste due componenti del potere, la trasformazione e la direzione, si può dire che la prima sia molto più evidente e diffusa, e la seconda più sottile e nascosta.

Vi è un’immagine, anzi un simbolo, che ben rappresenta questa situazione.

È quello della ruota, che rappresenta l’incessante movimento di una trasformazione quando – apparentemente – è ancora fine a se stessa. È la ruota dell’esperienza (o del karma) che riporta individui e nazioni a ripetere ciclicamente le stesse esperienze finchè non ne estraggono l’insegnamento contenuto. Sono i corsi e ricorsi storici. Le forme cambiano e si susseguono, ma grazie alla caratteristica dell’uomo di dimenticare, in fondo esse riciclano in buona parte se stesse. È la trasformazione senza rinnovamento.

Con l’apparire del secondo aspetto del potere, quello della direzione, si ha una corrispondente modifica del simbolo, che da cerchio si trasforma in una spirale ascendente. Spirale che è il più perfetto simbolo del progresso evolutivo, in cui all’effetto trasformazione si aggiunge la dimensione del nuovo, del futuro, della progressione, cioè del rinnovamento. Alla circolarità dell’amore si aggiunge cioè la direzionalità della luce: dalla sintesi delle sue due componenti, nasce così il potere.

La spirale sposta progressivamente di livello l’andamento circolare, iterativo della trasformazione, indirizzandolo in una precisa direzione di cui il potere è detentore. Il susseguirsi delle spirali rappresenta il metodo dell’evoluzione, che non è e non può essere quello di trasformazioni drastiche e totalizzanti, bensì quello di una serie di modelli progressivi e intermedi al raggiungimento di un modello finale. Il potere è quindi la capacità di spiralizzare un certo quantum energetico in una precisa direzione. Questa direzione rappresenta il fine, il proposito che anima quel potere, e la sua natura può essere la più varia, a seconda del livello di coscienza di chi lo detiene.

Per la personalità già integrata ma ancora chiusa alla dimensione transpersonale, questo fine sarà ovviamente quello dell’affermazione personale, o al limite del perseguimento di un qualche ideale. Tutta l’energia che rientra nella sfera d’azione (o di influenza) di quella persona (energia di denaro, di mezzi, di risorse umane, ecc.) sarà allora indirizzata efficacemente in quella direzione. Quella sarà la direzione della sua spirale.

Per chi invece sia già sensibile alla dimensione transpersonale, la direzione della sua spirale di potere sarà data da quel tanto di proposito o fine collettivo che riuscirà a percepire e a riconoscere, e che sceglierà quindi di perseguire. In entrambi i casi, l’ampiezza della spirale dipenderà invece dalla quantità di energia che si è in grado di gestire, e cioè dalla propria “capacità” di potere. Indipendentemente dalla natura del proposito perseguito, il potere rappresenta allora la capacità di gestire l’energia, di attivare e di alimentare la spirale del potere, che si trasforma in tal modo in un vortice. Rispetto alla spirale, il vortice è un simbolo del potere ancor più completo e preciso, perchè rappresenta l’evoluzione della spirale da una condizione statica ad una di movimento. Una spirale in veloce rotazione su se stessa genera un vortice.

In pratica, la capacità direttiva consiste nell’assumere il controllo innanzitutto di quel vortice d’energia che siamo noi stessi. È lo scopo della psicosintesi personale. Vuol dire acquisire il potere su di sè, attraverso il controllo della circolazione e della ripartizione delle energie all’interno della propria personalità. Il primo potere è quello dell’autodisciplina, del dominio di sè. Nella personalità integrata, l’Io è signore del suo regno, è colui che governa e amministra l’energia di cui è depositario. Una volta realizzato questo dominio su di sè, il potere può allora estendersi al controllo dell’energia esterna all’individuo stesso, nelle forme che questa assume quando si manifesta. E quindi sarà controllo dell’energia denaro (potere finanziario), dell’energia lavoro (potere economico e industriale), dell’energia sociale (potere politico e militare), dell’energia idealistica (potere religioso), dell’energia mentale (potere scientifico, culturale e dell’informazione), ecc.

Maggiore è la dimensione del vortice attivato, cioè dell’energia che è stata messa in moto ed è controllata da una singola persona, e più evidente diviene il meccanismo con cui tale potere viene esercitato; cioè attraverso una struttura o una gerarchia di comando che controlla e dirige il movimento dell’intero vortice, e cioè lo anima. Tale struttura di comando è riconoscibilissima – per il singolo individuo – nel sistema nervoso, centrale e periferico. Nella persona individuata governa la testa, il cervello. La sede del potere è la mente, cioè il cervello. Non a caso si usa lo stesso termine di ‘‘capo’’, per designare sia la testa, nel corpo umano, sia colui che comanda. Viceversa nella personalità non integrata, in cui governano i sentimenti e gli impulsi e 1’individuo è viscero-diretto, la sede del potere si trova invece nel plesso solare, che appunto viene anche definito come il cervello animale.

In termini psicosintetici, questa stessa struttura direttiva è riconoscibile nel ruolo di collegamento esercitato dalla volontà all’interno del diagramma delle funzioni psichiche; ma ancora di più risulta evidente in tutte le varie strutture sociali, come appunto gli stati, le chiese, le aziende, ecc. che sono invariabilmente gestite da una “catena di comando” o gerarchia interna.

Oltre un certo livello, in ogni campo, il potere non è più gestibile in prima persona, ma solo in forma mediata e indiretta, e cioè nell’ambito di una gestione di gruppo. E questo vale non solo per le già citate strutture di potere per così dire temporale, ma anche per l’esercizio del potere sui piani cosiddetti sottili, o transpersonali, che essendo i piani in cui si originano le cause e in cui l’energia è più raffinata, sono anche quelli in cui il potere opera con più facilità ed efficacia.

Ma ritornando ora all’aspetto più misterioso e sottile del potere di cui abbiamo parlato all’inizio, vale a dire quello del proposito, si può dire che, così come il primo, l’aspetto volontà, rappresenta la capacità di governare, così questo rappresenti la capacità di regnare.

Il simbolo del re si rivela essere naturalmente il più adatto ad evidenziare questo secondo aspetto del potere. Il re detiene infatti il potere in virtù dell’investitura che ha ricevuto per la sua stessa nascita, e cioè non per merito, ma per diritto; il re incarna il potere, rappresenta il potere e l’autorità, ma non in virtù della sua capacità di governo, bensì in virtù della sua stessa natura. Spesso anzi vi sono re che non governano, però regnano. È come se il potere in questo caso derivasse non dalla capacità di dirigere, ma da quella di mediare. Il potere è in questo caso non relativo all’uso che si fa dell’energia, ma è inerente all’energia stessa.

Questo contenuto intrinseco, questo attributo dell’energia non è altro che l’aspetto proposito. La funzione precipua del re è infatti quella di riconoscere e di interpretare questo proposito, impersonificandolo egli stesso e facendosi così mediatore di questo proposito tra il principio trascendente e i suoi sudditi.

Il re stesso diventa così la legge, il principio ordinatore del suo regno e del suo popolo. Il suo potere è di natura squisitamente carismatica, e questo è evidente nei simboli che caratterizzano la sua investitura, cioè l’incoronazione, l’unzione, ecc. L’investitura divina – o comunque di un’energia di ordine superiore – è sempre stata ricercata o pretesa da ogni re.

L’espressione di questa qualità del potere si ritrova poi nella ricaduta del potere stesso che avviene, per delega, verso la base. Il potere, infatti, per definizione “si esercita”, quasi si fosse rappresentanti di un mandato più elevato; vi è anzi la classica formula “in nome di…” (della legge, di Dio, del popolo, del re, ecc.), con la quale ci si riconosce titolari di un potere che deriva da qualche parte, o da qualcuno. Si è quindi solo i vettori di questo potere.

E questo ci rimanda, per inciso, al legame che sussiste tra potere e parola. Nel nome stesso di ogni individuo si ritiene infatti sia legato un potere, come pure è presente nelle formule di potere, nelle “parole di potere”, ecc.

Il potere si lega così ad un contenuto quasi oggettivo, fatto di energia e di direzione, cioè di proposito. È la traduzione, in forma energetica, del codice occulto che detiene la direzione e il fine dell’evoluzione stessa. Il proposito rappresenta il codice genetico dell’evoluzione, il DNA della vita. Quando anima la volontà, esso si traduce in potere. “Il Proposito guidi i voleri degli uomini” è detto nella Grande Invocazione. Il proposito non si esprime direttamente. Non può farlo. Necessita invece di volontà potenti che lo recepiscano, lo accolgano, lo facciano proprio e lo traducano in azione. Così come la testa non sarebbe tale senza il corpo, così come un re non sarebbe tale senza un regno, così anche il proposito si sostanzia sulla presenza di volontà incarnate che lo esprimano.

La quantità di proposito che ciascuno riesce a cogliere è molto variabile, e dipende dalla grandezza stessa della persona, la grandezza letteralmente del suo vortice e della sua coscienza. Bisogna essere “grandi” per conoscere e per servire il proposito. Bisogna essere grandi per essere strumenti di potere. Grandi non tanto nel senso di magnanimi, ma proprio nel senso di estesi, di dilatati: grandi per poter toccare “il cielo” nel suo punto più alto, mantenendo però ben saldo il contatto con la terra; grandi per potersi allargare a dismisura nella propria periferia, senza perdere il contatto con il proprio centro. Grandi per contenere e comprendere la contraddizione apparente di volere unire la terra al cielo.

Al potere di dirigere si sovrappone così quello di collegare, di mediare, di mettere in contatto principi energetici diversi. Il potere allora come farsi ponte tra il piano della vita e quello della forma, comprendendoli in sè entrambi. Il potere si realizza con un equilibrio difficile tra la massima dilatazione e il massimo contenimento. Cioè la massima estensione verso la forma, l’effetto, nella massima tensione e focalizzazione verso la vita, la causa.

Nel simbolo del vortice si vede chiaramente l’immagine di queste due forze, centrifuga e centripeta, che agiscono contestualmente. Più il vortice è esteso, maggiore è l’intensità di entrambe. E maggiore deve essere l’intensità e la pregnanza deI controllo, o meglio della focalizzazione.

La si può realizzare soltanto sviluppando un’altra caratteristica del potere, che è l’essenzialità. Per non mi disperdersi nella torre di Babele delle infinite applicazioni dell’energia e per non farsi prendere la mano dallo stesso vortice energetico – che proprio in virtù del suo stesso movimento tenderebbe ad acquisire una direzione propria – è essenziale appunto ricondursi e mantenersi ancorati al nocciolo, al cuore della propria energia e della propria fonte di ispirazione, laddove la vibrazione è più pura ed essenziale. Il particolare, il dettaglio non attiene mai al potere.

Il potere è la ragione della forza, di una forza intesa però come energia pura, ancora indifferenziata, ancora non applicata alla forma che la deve accogliere, e quindi ancora non condizionata da questa. Il potere si lega sempre alla sorgente da cui scaturisce, mai alle forme a cui si applica. Si è quindi potenti per il potenziale di trasformazione che si detiene, e mai per le trasformazioni già realizzate. A qualsiasi livello, il potere si colloca cioè sempre davanti, mai alle spalle: sempre nel futuro, mai nel passato. Alle spalle ci sono i conseguimenti, nel futuro le possibilità. L’uomo di potere non può quindi vivere se non proteso in avanti.

Per la stessa ragione, non è tanto la sua saggezza, quanto piuttosto la sua maggior vicinanza al proposito a consentirgli di sviluppare quella lungimiranza e quella capacità di anticipazione che ne sostanziano le doti d’iniziativa e di leadership. Anticipare gli eventi significa infatti poterli indirizzare, agendo sulle forze prima che queste si strutturino in azioni, finchè cioè sono ancora in movimento.

La vita è energia, e l’energia è movimento. Stare al passo con la vita signifIca assecondare consapevolmente il suo profondo ma inarrestabile movimento. In questo termine – assecondare – è nascosto forse il significato più attuale del potere. Detiene il potere chi partecipa attivamente alla realizzazione del piano, chi si coinvolge nel progetto evolutivo, chi asseconda la progressione della vita. Coinvolgimento attivo, questo è il segreto del potere. Cioè, ancora una volta, l’allineamento della volontà personale con quella transpersonale.

E a questo punto diventa interessante e molto significativo constatare che le caratteristiche che abbiamo già visto in altra sede contraddistinguere la Nuova Era – e cioè la libertà, la volontà e la responsabilità – sono poi anche le stesse che si ritrovano nel potere. È l’inevitabile conferma di come il percorso della realizzazione dell’uomo si riproponga in quello dell’intera umanità. I passi del singolo uomo come le ere dell’umanità.

La manifestazione della Nuova Era non avviene per caso, nè automaticamente, ma solo grazie all’impegno consapevole e alla volontà deliberata di coloro che la riconoscono: avviene cioè per un esercizio di potere. A livello di umanità, o meglio di quella sua parte migliore che all’avanguardia già calca le vie della Nuova Era, il grado di potere si misura in questo momento non certo nella quantità di missili o di dollari che si controllano, ma nella “porzione” di Nuova Era che si è in grado di manifestare. Ed è proprio qui, inevitabilmente, che in assoluto in questo momento sul Pianeta sta avendo luogo la massima applicazione di potere, perché è solo attraverso questa transizione (di Era) che passa il futuro dell’umanità.

Vittorio Viglienghi 

Lascia un commento:

© Centro Tao Network - C.F. 97744170016 | Credits